Martedì 17 luglio, Moni Ovadia, in occasione del Festival Lunga Vita, darà voce ad Odisseo nella bellissima cornice dell’Accademia Nazionale di Danza all’Aventino.

Abbiamo parlato con il maestro Ovadia per capire, a distanza di migliaia di anni, cosa è cambiato lungo le rotte del Mediterraneo, utilizzate da antichi marinai per commerciare, colonizzare, portare guerra o semplicemente viaggiare; da tanti Odisseo che si sono succeduti in una lunghissima catena spazio temporale che arriva ai nostri giorni.

Bibbia, Vangelo e Corano vengono letti settimanalmente nei luoghi di culto. Sono racconti di storie che appartengono alla memoria di popoli e che contribuiscono alla formazione della memoria stessa. Una volta anche i poemi che noi chiamiamo omerici, venivano letti. Oggi che senso ha la lettura pubblica dell’Odissea, al di là della bellezza dell’esperimento?  La lettura pubblica è un atto di civiltà che fonda delle identità collettive. È qui la loro importanza ed è l’uso che io ne faccio.

 

L’Odissea parla di un viaggio, ma è un viaggio che inizia al termine di una guerra. Molti viaggi e migrazioni nella storia dell’umanità hanno avuto inizio per fuggire da grandi sofferenze. Di viaggi fatti “per seguir virtute e conoscenza”, come dice Dante, mi sembra ce ne siano pochi. Cosa insegna il viaggio di Odisseo e quanto è attuale?
In un mio manuale dell’università di Salonicco, dei greci si dice: viaggiarono molto, diedero e presero, impararono ed insegnarono. E’ vero che i grandi viaggi sono stati pochi, ma molto significativi. L’uomo ha viaggiato per molte ragioni, anche per conquiste, per guerre, per rapine. Basti pensare al nostro Cristoforo Colombo: era un grandissimo navigatore, ma è stato, secondo monsignor de Las Casas, vescovo gesuita suo coevo, un orribile genocida. L’uomo è fatto così: si esprime con contraddizioni, però non c’è dubbio che Omero tracci un viaggio che è non solo di conoscenza dell’altro, ma anche di conoscenza di se stesso attraverso l’incontro con l’altro. Omero dice che ciò che ci prepara a diventar noi stessi, non è il viaggio per fare la guerra, ma è il viaggio di conoscenza. Che è sempre un viaggio di ritorno. C’è un termine ebraico che significa contemporaneamente “ritornare a se stessi, andare per ritornare e tornare per andare.
Il viaggio di Odisseo, dal punto di vista letterario, ha un successo prodigioso: viene ripreso da molti altri autori; ad esempio Katazachis, poeta greco, continua la storia di Odisseo dal suo ritorno ad Itaca fino alla sua morte. La figura di Odisseo continua anche in uno dei testi meno capiti del Novecento, l’Ulisse di James Joyce, dove Ulisse cambia pelle, cambia identità, diventa l’ebreo Leopold Bloom. Nel mio commentario, dopo la lettura del canto omerico, faccio un collegamento tra due viaggi, tra due identità formative dell’Occidente, quella di Ulisse e quella di Abramo. Il viaggio è in realtà un’uscita per costruire un’identità. La modalità è il viaggio, ma il viaggio è quello della vita, così come descritto nella sublime poesia di Kostantinos Kavafis, Itaca.
Ulisse era un uomo a tutto tondo, era anche fedifrago, ingannatore: il cavallo di Troia fu una sua idea; però usa la testa, a differenza degli altri eroi greci che sono accecati da passioni incontrollabili. Odisseo è l’unico che usa la testa e questo fa di lui un viaggiatore ideale. Noi oggi siamo impediti nel fare quel tipo di viaggio, dal fatto che lo spazio e il tempo del viaggio sono occupati dal turismo, che è la metastasi del viaggio. Il turista non è interessato a conoscere ma a fotografare con il suo smartphone, che diventa tanto più intelligente quanto il suo possessore diventa imbecille.

A proposito di smartphone, oggi il sapere è nel palmo della nostra mano, grazie proprio ad cellulare che ci consente di connetterci con biblioteche o banche dati. Eppure non abbiamo memoria, quella che una volta si tramandava accanto al fuoco e che ci faceva sentire parte di una grande famiglia universale ed eterna. Cos’è l’uomo senza la sua memoria? Che memoria è quella gigantesca che ho nella mia mano ma che non conosco?
Il telefonino è uno strumento meraviglioso. È la sottocultura con cui viene usato il vero problema.
Il sapere non vale niente se è solo un’informazione sterile. Uno dei motivi per cui ho accettato di rileggere l’Odissea è che Omero fa raccontare ad Ulisse la maggior parte della storia: è un racconto dove lui parla di ciò che gli è accaduto nei dieci anni precedenti. L’uomo che non sa più raccontare non è più tale, è un altro androide. Il problema vero è il cortocircuito educativo. Cosa facciamo noi a teatro? Raccontiamo le cose. Bisognerebbe pedagogicamente, nelle scuole, nella formazione dei ragazzi, mettere la materia della narrazione di storie, della propria e delle altre. Il compito dovrebbe essere: tu parli con tuo nonno, ci racconti la sua storia, e cerchiamo di capire insieme come la memoria di tuo nonno diventa la tua memoria e, grazie a te, anche la nostra. Insieme alla capacità di raccontare e raccontarci, stiamo perdendo la nostra interiorità.

Gli effetti che abbiamo oggi sono frutto delle cause che abbiamo messo nel passato. Historia magister vitae, diceva Cicerone. Se la lettura delle grandi storie ci aiuta a capire da dove veniamo, la lettura del nostro presente cosa ci può dire a proposito del nostro futuro? In che direzione stiamo andando?
Stiamo andando in una direzione pessima. Contrariamente a quello che si pensa, non è il ricordo, che pure è un nobile esercizio, ma la memoria che è utile per costruire il nostro futuro. La memoria è importante nella misura in cui vogliamo costruire un futuro e non subirlo. Una memoria retorica e ridondante, basata sulla falsa coscienza come sta sempre più diventando il Giorno della Memoria, rischia di diventare fuorviante. Una memoria deve essere pulsante, attiva, fertile. Noi ricordiamo atroci stermini come quello della Shoah e permettiamo stermini come quello avvenuto nella ex-Jugoslavia. Così come oggi stiamo trasformando il Mediterraneo in un cimitero. Che memoria è questa? La memoria dell’Europa dovrebbe essere quella della terribile seconda guerra mondiale, con i morti della Shoah e con tutte le altre vittime del nazismo e dello stalinismo. Come possiamo accettare che ci sia Orban in Europa? O gli ultra reazionari polacchi che mettono il filo spinato? Questa sarebbe la memoria dell’Europa? La memoria dovrebbe portarci a dire che noi ci siamo uniti per evitare che quelle cose accadessero ancora. Che differenza c’è tra gli ebrei che scappavano e venivano respinti e chiusi nei lager e gli africani che scappano dalle guerre, dalle devastazioni climatiche, dalle carestie? Anche loro sono esseri umani, donne, bambini, vecchi. Non occorre che i politici indossino lo zucchetto e vadano a fare il viaggio dell’ipocrisia ad Auschwitz. Escono dicendo che si sentono israeliani ignorando che non furono uccisi israeliani, ma ebrei della diaspora, rom, antifascisti, menomati, omosessuali. Ecco perché la memoria deve essere utilizzata per costruire un futuro: perché non accadano più quelle cose, non per ricordare il passato retoricamente.
Io sto con i deboli, con gli ultimi, perché me l’ha insegnato la memoria. Questo è il motivo per cui ho aderito al progetto “Odissea un progetto Mediterraneo”: perché parlare del viaggio, dell’incontro, della reciproca conoscenza è ciò che ci può portare alla pace. Noi dobbiamo diventare stranieri a noi stessi, perché quando viveremo da stranieri con gli stranieri, allora finalmente vivremo in pace. L’uomo non sceglie dove nascere, ma deve poter decidere dove crescere e dove morire.

Nella storia della sua famiglia c’è il viaggio. Lei si sente o si è mai sentito un e-sule?
Mi sono sentito un esule, uno che veniva da altr-ove tutta la mia vita. Perché avevo sentito altre idee in casa, perché sapevo, perché avevo le fotografie di me da piccolo, profugo; quindi, tutta la mia vita mi sono sentito un esule. Venivo da altrove, la mia gente è sempre stata quella che veniva da altrove. Quando in Italia c’era l’immigrazione interna, i miei amici venivano dal sud: erano i tempi in cui sui muri di Milano c’era scritto “via i terroni dalla nostra città”, “non si affitta ai terroni”. Sempre la stessa malefica logica di colpire l’ultimo. Non è tanto l’odio per l’altro, quanto l’odio per l’altro povero che è triste; è triste che dopo millenni di lotte e di morti, siamo ancora qui a discutere di queste cose. L’uomo sembra aver una patologia insanabile. Noi dobbiamo diventare padroni del nostro futuro: dobbiamo seminare per costruire un futuro diverso.

Hypatia

 

Martedì 17 luglio – Accademia Nazionale di Danza
“Odissea Un Racconto Mediterraneo”
Progetto e Regia di Sergio Maifredi
Produzione Teatro Pubblico Ligure

Ore 20:00 Moni Ovadia in “La gara dell’arco”  – Canto XXI dell’Odissea
Ore 22:00 Maddalena Crippa in “Penelope” – Canto XXIII dell’Odissea

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