Pubblicato per la prima volta nel 1987, La Morte della Bellezza di Giuseppe Patroni Griffi è ambientato a Napoli negli anni del secondo conflitto mondiale e racconta la complessità del rapporto del giovane Lilandt e del giovanissimo Eugenio, vissuto all’insegna dell’inquietudine ma anche della bellezza. Racconta la storia di un amore omosessuale vissuto tra sensi di colpa, paure e complessi di inferiorità rispetto all’amore cosiddetto “normale”.

Patroni Griffi, autore sicuramente scomodo all’interno di una società perbenista, moralista e ipocritamente libera, è stato a lungo tenuto in disparte e poco rappresentato.

Nadia Baldi, regista e interprete dello spettacolo in scena all’Accademia Nazionale di Danza il 16 luglio, ha invece l’ obiettivo di far conoscere quello che lei considera un uomo libero e uno dei maggiori scrittori italiani del secolo scorso. Lo fa portando in scena, leggendolo, il romanzo La Morte della Bellezza.

Abbiamo parlato con Nadia Baldi del suo viaggio all’interno di quest’opera.

Lei porta in scena la versione integrale o la rielabora? È una mia rielaborazione, il testo viene rispettato, ma gli episodi sono tagliati, altrimenti sarebbe uno spettacolo lunghissimo.

Cosa recupera del testo, qual è la sua chiave di lettura nel momento in cui sostituisce due uomini con cinque donne?
La storia di Eugenio e Lilandt è semplicemente una storia d’amore. È una storia d’amore universale e non credo sia una storia di genere, legata all’omosessualità, così come si evince dal romanzo. La particolarità di questo testo è la lingua di patroni Griffin, una lingua molto sonora, una lingua che è musica e da qui l’idea di far passare tutta la sensualità e tutta la bellezza del testo, attraverso delle voci femminili, che raccontano allo stesso modo, allo spettatore, una storia d’amore universale.

È un romanzo, quindi è nato per essere letto. Ha poi raggiunto il successo in teatro e con la sua trasposizione cinematografica. Perché ha deciso, in un certo senso, di tornare indietro, ossia di leggerlo? E’ come se lei si privasse della parte visiva e gestuale?
Potrebbe sembrare così, invece il mio è proprio un lavoro sull’interpretazione attoriale. È vero che siamo al leggio, ma durante la lettura questa è una dimensione che si perde e lo spettatore ha la sensazione di vedere uno spettacolo totale, non ha la sensazione della lettura.

Perché ha scelto La Morte della Bellezza, cosa l’ha fatta innamorare di questo testo?
L’ho letto
da giovane e ho anche avuto il privilegio di conoscere Patroni Griffi. Mi sono invaghita di questo romanzo, non tanto per la storia, quanto per la modalità della narrazione, il linguaggio che Patroni Griffi utilizza. La grandezza sta nella lingua, un po’ come accade con Shakespeare. Quando leggiamo Shakespeare, le storie sono abbastanza banali, ma sono scritte con una lingua eletta. È questa la grandezza de La Morte della Bellezza: la lingua. Credo che La Morte della Bellezza sia uno dei più grandi romanzi del Novecento.

C’è un punto in cui Patroni Griffi scrive: “L’amore tra due uomini non ha altra creatività che l’approfondimento del mondo dei sensi, la sua esplorazione, la sua esaltazione”. Sembra invece che lei veda ben altro.
La lettura personale di un testo, come accade a chiunque legga un romanzo, fa sì che quel romanzo diventi il proprio film; il viaggio che ho fatto io, da regista ma anche semplicemente da lettrice, mi ha fatto vedere delle cose che Patroni Griffi magari non supponeva affatto. E questo è il bello, perché credo che sia necessario, affinché un romanzo diventi eterno e universale, che attivi la creatività e la fantasia di chi legge. Questo non accade sempre, purtroppo. Spesso i romanzi sono scritti con la data di scadenza, come il latte. Invece la grandezza sta proprio in questo. Stiamo parlando di un romanzo sicuramente eterno.

Ne La Morte della Bellezza, qual è la bellezza che muore?
Sicuramente Napoli, che in questo romanzo è una città devastata: Napoli è la bellezza devastata dalla guerra. C’è poi la morte dell’amore stesso, perché tra Eugenio e Lilandt non c’è il lieto fine, anche se non si ha il coraggio di dirlo fino in fondo. Alla fine loro si separano, ed Eugenio torna ad innamorarsi di una donna: in questo senso muore la bellezza, che soccombe di fronte ai canoni imposti dalla società. Purtroppo accade molto spesso. Bisogna essere liberi, avere il coraggio di essere liberi per poter vedere e vivere di bellezza.

Il romanzo di Patroni Griffi è della metà degli anni 80. Un periodo in cui si parlava di libertà, si ostentava, ma, nonostante l’apparenza, è stato un periodo di regressione. Nel romanzo, Eugenio decide di rimanere vittima delle convenzioni sociali e tornare con una donna.
Quanto è attuale questo testo? C’è ancora oggi così tanto perbenismo?
Penso che la cosa sia complessa, perché non è tanto l’omosessualità che viene vissuta male, quanto il senso di libertà in generale. Ci si sposa perché ci si deve sposare, si fanno i figli perché si devono fare i figli, non credo che la nostra sia una società evoluta. L’omosessualità ancora oggi fa paura, come fa paura separarsi, come fa paura dichiarare che un marito ti picchia. Sono strutture molto simili. Il problema è proprio la capacità, o incapacità, di essere liberi nella propria entità. Questo ancora, almeno in Italia, è un grandissimo tabù da sconfiggere.

In un punto del romanzo Patroni Griffi scrive: “Due giovani per adesso grazie a dio inutili alla società, destinati ad amarsi”.
Quindi riescono ad amarsi solo nel momento in cui non servono a nessuno, in cui non sono impigliati nelle regole sociali, perché in quel momento, durante il quale tutto sta crollando, Eugenio e Lilandt possono sfuggire ai ruoli convenzionali?
Proprio questo è il senso del romanzo. Possiamo definire questa frase il manifesto dell’intera opera.

Cosa le ha lasciato Patroni Griffi? Cosa ricorda di lui?
E
ra un uomo libero. Mi ha lasciato questa sensazione di grandezza, di libertà espressiva, di libertà nella vita, di simpatia. Un uomo con una grande voglia di vivere, un esempio. E poi un grandissimo scrittore. Da alcuni era considerato snob, ma non lo era affatto. Era semplicemente estraneo a certi meccanismi. Era una persona libera e questa era la sua grandezza.

Hypatia

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