Il Cielo, la Terra, il Popolo è la performance del grande coreografo cinese Lu Zheng, in scena domenica 15 luglio all’Accademia Nazionale di Danza di Roma.  All’interno del festival Progetto Lunga Vita, due mondi apparentemente lontani ed inconciliabili, parleranno il linguaggio universale della danza, dando vita ad uno spettacolo unico ed emozionante.

Lu Zheng, ha trovato il suo tempo e il suo spazio per far incontrare Oriente ed Occidente, Cina ed Italia, e lo ha fatto all’Accademia Nazionale di Danza, sul colle Aventino, che aprirà le sue porte a tutte le arti della scena, per una settimana di eventi non stop dedicati al mito e al contemporaneo.

Abbiamo raggiunto Lu Zheng in Cina, anche se solo telefonicamente, per farci spiegare come nasce questo coraggioso progetto, che sta ottenendo successo in entrambi i Paesi.

 

“Quando il cielo, la terra e il popolo sono collegati, è il momento di sfidare la fortuna”.
Da questo antico proverbio cinese, nasce il titolo dello spettacolo.
Può spiegarci il senso del proverbio, come si trasforma in spettacolo ed in che modo lo rappresentate?  Questo proverbio significa che c’è un momento giusto per ogni cosa, che bisogna aspettare di essere pronti e preparati prima di sfidare il destino, prima di intraprendere una nuova avventura.
L’ho scelto proprio perché in questo periodo mi sentivo pronto per la realizzazione di un nuovo spettacolo, era il momento giusto per intraprendere questo progetto e collegare la mia anima cinese con le esperienze maturate qui in Italia.
Lo spettacolo stesso è una fusione di elementi della danza tradizionale cinese Taiji e di quella contemporanea. Lo spettacolo è stato sviluppato come fosse un percorso di crescita antropologica, nel tentativo di rappresentare le varie fasi dell’integrazione tra il singolo e la collettività, l’Oriente e l’Occidente. Queste fasi sono: la dislocazione, la confusione, la riflessione e l’integrazione. 

 

La formula della distanza (Un breve videoclip)

IL CIELO LA TERRA IL POPOLO- La formula della distanza -Coreografie di Lu ZhengInfo: Domenica 15 luglio, ore 20.30, presso l'Accademia Nazionale di Danza in Largo Arrigo VII n. 5.Biglietti in vendita qui –> http://www.ticket.it/dettaglio.php?id=289Studio Arte e Cultura Orienalehttps://www.luzhengdanceacademy.com/

Pubblicato da Studio Arte e Cultura Orientale su Domenica 1 luglio 2018

            Il pensiero orientale e quello occidentale sono divisi dal tempo dei filosofi dell’antica Grecia e, nei secoli, i due mondi si sono allontanati sempre più. Il vostro spettacolo, leggo nel comunicato stampa, analizza le barriere culturali.Lei conosce entrambe le realtà: siamo davanti ad una vera e propria Muraglia Cinese o le nostre sono due culture integrabili? Ma, soprattutto, c’è la voglia di farlo? Da parte di entrambi… Questo è un argomento che mi sta particolarmente a cuore, e che ho a lungo trattato durante il mio dottorato all’Università La Sapienza.  Riprendendo le parole dello studioso Eugenio Barba possiamo dire che nell’ultimo secolo, soprattutto in ambito artistico e maggiormente nelle arti performative, c’è stato uno scambio sempre più frequente tra Occidente e Oriente. Questa mistione ha portato alla creazione di ciò che Barba definisce teatro eurasiano e il mio lavoro non è che un altro esempio di questo. 
La sensazione di una divisione netta tra Oriente e Occiddente non è che il retaggio di una società antica in cui a secondo dei casi conveniva demonizzare o mitizzare il lontano e misterioso oriente.

  Nei paesi orientali, la danza non è solo una forma d’arte. E’ un linguaggio millenario, fa parte della cultura e delle tradizioni dei rispettivi Paesi. Come è riuscito a lavorare con ballerini che non conoscevano e non parlavano il linguaggio del corpo della tradizione cinese? Non credo si tratti solo di tecnica. Che ostacoli avete dovuto affrontare, sia lei che i ballerini?  Non è stato cosi facile, soprattutto all’inizio. Per questo nelle prime settimane di prove abbiamo accostato ai balli delle lezioni di Tai Chi, un’antica arte marziale che permette di migliorare il controllo dei movimenti del corpo e renderli più fluidi. 
Inoltre i ballerini sono stati molto bravi e aperti a queste nuove tecniche e tipi di insegnamento: sono dei grandi professionisti.

In Italia molto spesso Cina e Oriente sono sinonimi. C’è una scarsa conoscenza di culture antiche e diverse tra loro, si fa confusione tra religioni, filosofie, tradizioni diverse. Però da anni l’Oriente va di moda. Come è stato accolto in Italia il suo spettacolo?  Devo dire molto bene, al pubblico è piaciuto molto questo mix tra Oriente e Occidente. È rimasto affascinato dalle tecniche orientali ma senza sentirle troppo distanti grazie agli elementi contemporanei e ai ballerini italiani.
Questo è uno spettacolo nuovo e innovativo che mostra qualcosa di diverso ma che tratta temi di estrema attualità vista la situazione politica italiana e internazionale.
Parlare di integrazione, sopratutto nei momenti difficili, può essere problematico, ma attraverso la danza e l’arte ci si può provare, anzi ci si deve provare.

Nel 2008 lei ha curato una delle coreografie della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino. Immagino sia un grande onore, soprattutto in un Paese così grande. La Cina è un Paese conservatore. Come è stata accolta la sua performance, forse poco ortodossa, che vede sul palco ballerini europei e nella quale la danza popolare cinese è stata contaminata dalla danza moderna occidentale? Si aspettavano da lei un maggior rispetto della tradizione?  I giochi Olimpici sono stati un’esperienza bellissima, che mi ha dato e insegnato tanto, lavorare e coordinare insieme ad altri coreografi un gruppo di quasi 3000 persone, non sono ballerini ma anche soldati è stata un’esperienza unica, difficile ma gratificante al tempo stesso che non si può dimenticare e che ti cambia la vita.
La tournèe in Cina è andata benissimo ed è stato un grande successo anche se ha comportato tanto lavoro e una grossa organizzazione.
Ormai la società cinese sta cambiando e soprattutto i giovani delle grandi città guardano la tradizione ma conoscono e apprezzano la danza contemporanea di cui sono grandi sostenitori.

Perché ha scelto l’Italia per completare la sua formazione artistica?  In Cina, l’Italia è conosciuta come una delle culle della civiltà occidentale, ricca d’arte e di tradizione, nonché fucina di grandi artisti, danzatori e coreografi.
Sono molto contento per la scelta che ho fatto: questi anni in Italia mi hanno permesso di crescere e maturare come coreografo, ma sopratutto come uomo.
La fusione avvenuta tra la mia esperienza nel campo della danza tradizionale cinese, che ho approfondito durante il mio corso di laurea alla Beijing Danza Academy, maturata nel corso degli anni di insegnamento come professore alla Shaanxi Normal University, e il periodo di studi svolti prima all’Accademia Nazionale di Danza e poi all’Università Sapienza di Roma ha permesso di allargare i miei orizzonti artistici nonché arricchito le mie conoscenze tecniche e culturali permettendomi di raggiungere nuovi traguardi artistici.

 

Il festival Progetto Lunga Vita si propone come una cittadella all’interno della quale si possano incontrare culture diverse e dove spettacoli, a volte antichi, siano un modo per conoscere l’altro, in uno spazio senza confini com’è quello dell’arte.
Lei vive tra Italia e Cina. Quali sono, secondo lei, i rispettivi luoghi comuni da sfatare?
Le nuove generazioni sono più aperte o restano ostili verso ciò che non conoscono e che è diverso da loro? Quali sono gli aspetti che ci accomunano e che potrebbero essere usati come base comune per costruire una cultura che, nel rispetto delle diversità, diventi davvero una cultura globale e non solo un mercato globale?   Sono veramente contento di poter partecipare a questo festival perché rispecchia i principi che volevo esprimere nel mio spettacolo e promuove attraverso l’arte: l’integrazione e la conoscenza di culture diverse da quelle di origine.
E’ ovvio che le nuove generazioni sono più aperte, più globali, anche grazie ad internet e ai social network che non hanno confini geografici o nazionali.
Gli stessi video sono visti sia dai ragazzi cinese che italiani, o del resto del mondo.
Ora, la cosa che ci accomuna è soltanto la nostra umanità, ciò che ci divide è la cultura a cui apparteniamo. La cultura, di per sé, purtroppo, crea convenzioni, stereotipi che minano l’integrazione tra le diversità, qualsiasi esse siano. È attraverso il riconoscimento e il rispetto dei diritti inalienabili di ogni essere umano, il rispetto e la voglia di conoscere l’altro da noi che si può ottenere una cultura globale, e l’arte, e nel mio caso la danza, è un modo di ricordare questi diritti e di promuovere l’integrazione.

Hypatia di Alessandria

 

Please follow and like us:
Facebook
Twitter
Google+
https://www.tickit.it/2018/07/11/cina-italia-si-incontrano-allaccademia-nazionale-danza-roma">