Al via la nuova stagione teatrale del Teatro di Roma con la riconferma, per il triennio 2018-2021 del Direttore Artistico Antonio Calbi.

La composizione della stagione, con il nuovo claim Teatro. Le forme della verità, segue un filo rosso rappresentato dalle donne. In ogni spettacolo, in ogni proposta, c’è una figura femminile: autrice, regista, protagonista, eroina di un romanzo o vittima di un omicidio irrisolto; a qualunque titolo, in ogni tappa del nuovo viaggio del teatro di Roma, c’è sempre almeno una donna.

L’altro fattore che contraddistingue questa importante realtà, sono i numeri: nei tre palcoscenici dell’Argentina, dell’India e del Torlonia, si intrecceranno 115 proposte complessive, 60 registi, circa 380 interpreti, 25 produzioni per una grande azienda teatrale che alzerà il sipario più di 580 volte: e questo se si tiene conto solo delle tre sedi del Teatro di Roma. Ma il progetto è ben più vasto, perché i dirigenti del Teatro di Roma sono stati chiamati da Roma Capitale a coordinare un laboratorio, un esperimento quasi unico nel panorama italiano e internazionale, quello di un Teatro Pubblico Plurale, che richiama l’esperimento francese del Théatre Nationale Populaire.

Arrivano a nove le sale gestite, direttamente o indirettamente, dal Teatro di Roma: oltre ai già citati Argentina, India e Villa Torlonia, si aggiungono il Valle, il Silvano Toti Globe Theatre, insieme ai teatri Quarticciolo, Tor Bella Monaca, Panfilj e Lido, che conservano però una gestione indipendente.

La sfida – spiega il Direttore Artistico Antonio Calbi – è quella di trasformare queste isole galleggianti di arte e cultura, parti importanti di un’area metropolitana vasta e contorta, in un sistema integrato di offerte diversificate, ma di qualità. E’ evidente che si tratta di un processo appena avviato e che ancora necessita di tempo per andare a regime, ma che, nele intenzioni dei suoi creatori, porterà alla formazione di quel Teatro Pubblico Plurale che merita maggior attenzione da parte degli enti che governano il territorio, dello Stato e dei privati. Solo così potremo davvero competere con i sistemi teatrali e culturali delle altre capitali europee e del mondo.

Le produzioni saranno firmate da grandi artisti del calibro di Massimo Popolizio, regista residente all’Argentina, che torna, dopo il successo della scorsa stagione Ragazzi di vita, con Un nemico del Popolo di Ibsen; Luca Zingaretti, con The Deep Blue Sea; Giancarlo Sepe, che porterà in scena Berry Lyndon, già reso famoso da Kubrick; Lisa Ferlazzo Natoli, con When the Rain Stops Falling; Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, che affronteranno una trasposizione di Deserto Rosso di Antonioni con la loro pièce Quasi Niente, solo per citarne alcuni.

Tra i classici: Questi Fantasmi, di Eduardo De Filippo, per la regia di Marco Tullio GiordanaDon Giovanni di Moliere, Enrico IV di Luigi Pirandello, Turandot.

All’interno della rassegna Il dovere della memoria: Il Viaggio di Nicola Calipari La Borsa di Calvi, due testi di Fabrizio Coniglio che indagano su due casi di cronaca ancora aperti; Nido di Vespe, di Simona Orlando, sul rastrellamento del Quadraro.

 

In un Paese dove l’80% della popolazione non ha mai messo piede in un teatro – ha detto in conferenza stampa il presidente del Teatro di Roma, Emanuele Bevilacqua – fare teatro è fare formazione. E’ riempire il vuoto che esiste tra la scuola e le varie professioni che ruotano attorno al teatro. Abbiamo centri di eccellenza – ha aggiunto Bevilacqua – ma il Sistema Paese non ha ancora elaborato una strategia adeguata alla loro ottimizzazione e sembra che non sappiamo neppure da che parte cominciare.

Il Teatro di Roma sembra invece avere le idee abbastanza chiare sul lavoro da svolgere e sul suo ruolo all’interno del panorama teatrale e culturale non solo romano, ma anche italiano. E forse le parole adatte a descrivere lo spirito che anima le scelte imprenditoriali del Teatro di Roma, che si accinge ad affontare la nuova stagione teatrale con obiettivi maggiori di quelli fin qui raggiunti, potrebbero essere quelle di Albert Einstein: “E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro”. Questo è quello sembra stiano facendo.

Hypatia di Alessandria

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