Il principe è ricoverato in preda a una certa confusione su se stesso.

Lorenzo Collalti, giovane emergente della nuova drammaturgia italiana, torna con il suo ultimo spettacolo al Teatro Biblioteca Quarticciolo. La sua carriera è breve, ma lascia davvero ben sperare. Nel 2015 vince il Primo Premio European Young Theatre al Festival dei Due Mondi di Spoleto e il Premio SIAE per la Migliore Drammaturgia con Nightmare nr. 7. Nel 2016 si diploma all’Accademia di Arte Drammatica Silvio D’Amico e il suo saggio di diploma, Ricordi di un Inverno Inatteso, viene rappresentato al teatro Eleonora Duse. Reparto Amleto è lo spettacolo vincitore di Dominio Pubblico edizione 2017, con la seguente motivazione: “per l’intelligente rielaborazione della vicenda shakesperiana di Amleto”. Su questo giovane e promettente drammaturgo, credo non ci sia molto da dire: quello che ha realizzato in soli tre anni parla per lui. Dopo aver debuttato a gennaio al Teatro India, torna in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo, con Luca Carbone, Flavio Francucci, Cosimo Frascella, Lorenzo Parrotto, il 26 e il 27 maggio, Reparto Amleto.

Abbiamo nuovamente incontrato Lorenzo

Il primo a modernizzare la storia di Amleto è stato Shakespeare stesso e dopo di lui altri. Com’è il tuo Amleto?
È un Amleto che per certi versi è una provocazione: è la storia di un ragazzo che non si sa se sia un pazzo che si finge Amleto o Amleto stesso che è sprofondato in una profonda depressione, a causa di tutte le interpretazioni personali che, nei secoli, i registi, i critici e il pubblico, hanno dato della sua figura. Amleto è sprofondato in una profonda depressione perché non sa più quali siano le sue priorità, i suoi obiettivi. La scrittura è una provocazione alla riscrittura dell’Amleto, anche se il tranello in cui inevitabilmente si cade, nel momento stesso in cui si pronuncia la parola Amleto, è darne una visone personale.
Il mio è uno spettacolo che vuole problematizzare e non dare soluzioni.

Ma almeno la domanda “essere o non essere, questa è la questione” l’hai lasciata? Sì, ma in una maniera diversa. La situazione sembra non avere niente in comune con la trama di Shakespeare, anche se poi si ricreano circostanze simili e numerosi paralleli. Il testo di Shakespeare arriva solo in alcuni momenti. E’ una riscrittura moderna. Non riportiamo un personaggio del XVI secolo ai giorni nostri, semmai usiamo una escamotage scenica per ricreare le circostanze che caratterizzavano questa figura, ossia la solitudine e l’alienazione, che Amleto provava.

Hai trovato una risposta alla vecchia domanda di Artaud se possiamo capire Amleto ai giorni nostri?
Questa è una domanda che si pone lo spettacolo, ma non dà una risposta, perché secondo me è impossibile comprendere, così come lo era all’epoca, le ragioni che si celano dietro le scelte di Amleto. Però possiamo ritrovare dei punti di contatto con alcuni aspetti ancora attuali, problemi che riguardano l’individuo e la società. Io ho preferito una rappresentazione in chiave ironica di problematiche e di domande che vorrebbero far riflettere sulla figura di Amleto, su come noi interpretiamo questo personaggio e come il pubblico lo percepisce.


Parliamo del tuo percorso artistico. In pochissimi anni dal tuo diploma all’Accademia di arte drammatica Silvio D’Amico , hai realizzato tre successi teatrali: Nightmare nr. 7, Ricordi di un Inverno Inatteso e Amleto. Che percorso hai fatto con queste tre pièce?
Lo spettacolo Nightmare nr. 7 è stato il primo testo. È un incubo, una struttura che è stata un po’ un’invenzione ed è nata per caso. Parla della coercizione di un gruppo nei confronti di un singolo, una struttura drammaturgica che spinge tutta la pièce ad esternare la violenza che il singolo subisce. In realtà, quello che potrebbe sembrare uno spettacolo drammatico e violento, è uno spettacolo comico che ha funzionato ed è stato apprezzato dal pubblico. Ho voluto continuare su questa linea e Reparto Amleto è un po’ il figlio di Nightmare nr. 7.
Ricordo di un Inverno Inatteso è un lavoro diverso, perché è uno spettacolo costruito su una trama molto più complessa, è un’altra drammaturgia. Io li chiamo scherzi, riprendendo il termine musicale: sono degli atti unici che ruotano intorno ad una domanda, che prima si complica e poi si semplifica, ma, alla fine dello spettacolo, dello scherzo, non trova una soluzione. Questo genera ilarità ma anche riflessioni. La mia drammaturgia è scritta pensando agli attori con i quali lavoro, gli attori della mia compagnia, con i quali stiamo cercando di creare una nostra poetica.

Come hai iniziato questo percorso di regista e, soprattutto, autore?
Ho iniziato per caso. Ho partecipato ad un laboratorio al liceo, dove facevo l’attore e mi sono innamorato del teatro. Ma era come se mi mancasse qualcosa nel recitare. Avevo un ottimo insegnante che era anche un bravissimo regista, Gabriele Linari; grazie a lui, ho iniziato a capire la figura del regista e ho deciso di intraprendere quella strada. Ogni tanto mi sveglio la mattina e mi chiedo se davvero lo voglio fare: devi rideterminare ogni giorno, perché le difficoltà sono davvero molte.

Si parla tanto della carenza di nuova drammaturgia in l’Italia, dove esiste una realtà teatrale molto diverso da altri Paesi nordeuropei. Perché c’è questa pecunia di produzione drammaturgica contemporanea nel nostro Paese? Credo dipenda dal fatto che l’Italia ha un problema con i giovani. Noi siamo stati accolti dal Teatro di Roma ed è una esperienza bellissima, però una rondine non fa primavera. Il sistema italiano non promuove in alcun modo i giovani e sarebbe scorretto, da parte mia, dire che va tutto bene perché noi abbiamo avuto questa fortuna. L’Italia è ossessionata, dal punto di vista teatrale, da una certa idea di classico, per cui c’è difficoltà a sperimentare nuove forme teatrali. In Italia ancora sopravvive un teatro di regia, mentre ci sono delle resistenze nei confronti di tanti giovani che vorrebbero affrontare questa materia. C’è spesso un po’ di paura nell’affrontare determinati autori, avendo anche il coraggio di riscriverli. Shakespeare è un genio, ma anche io ho il diritto, da ragazzino del III millennio, di mettere su carta quello che mi passa per la testa, pur non essendo un genio: questo è il coraggio che manca. C’è stata una generazione straordinaria che vanta grandi artisti come Ronconi, Strehler e altri, che ha rivoluzionato il teatro, ma ora sono considerati mostri sacri e per questo inarrivabili. C’è sempre lo sguardo rivolto al passato, che contempla quello che è stato già fatto. Proviamo anche a vedere che cosa ci può dare il futuro.

Quali sono i registi che ti hanno formato, direttamente o indirettamente? Il mio insegnante, Gabriele Linari, che io continuo a ringraziare per aver fatto sbocciare in me la passione per il teatro. C’è poi uno spettacolo: The Suite di Peter Brooks; fu molto criticato, perché considerato non innovativo, ma fu quello che mi fece conoscere Peter Brooks, il più grande maestro al quale mi sono indirettamente ispirato. È lui quello che mi ha maggiormente stregato. I due insegnanti che mi hanno direttamente formato sono Michele Monetta e Lorenzo Salveti, dell’Accademia Silvio D’Amico. Mi hanno insegnato una grammatica con la quale parlo, almeno per il momento, una lingua diversa dalla loro, ma il metodo me lo hanno dato loro e io non posso che essere di riconoscente.

Tutti vogliono fare cinema. Tu?
Se il cinema e il teatro, come nell’universo anglosassone, andassero d’accordo, sarebbe tutto più semplice. Il problema è che in Italia hanno profondamente litigato; forse prima bisognerebbe riconciliarli e poi cercare di alternare le due esperienze.

Hypatia di Alessandria


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