Dal 20 al 31 maggio due settimane di spettacoli dal vivo

Julia Varley, storica attrice dell’Odin Teatret, ha aperto la decima edizione di Exit – Emergenze per Identità Teatrali portando in scena Il Tappeto Volante, per la regia di Eugenio Barba. In un “teatro povero”, Julia ha fatto sì che ogni manifestazione della sua magia diventasse qualcosa di grande e straordinario.
Intrecciando molti fili, ci ha donato un testo, un tappeto che deve volare lontano lontano.

Al termine della serata, Julia mi ha dedicato pochi preziosi minuti per un’intervista.

Mejerchol’d, Grotowski, Barba, lei. Lei si sente parte di una grande tradizione del teatro del Novecento?
Cosa le hanno donato questi grandi maestri, direttamente o indirettamente e cosa dona lei alle persone che lavorano con lei e che porteranno avanti il suo lavoro?
Noi parliamo sempre della piccola tradizione del teatro, cioè una tradizione dove siamo noi che scegliamo chi sono le persone a cui facciamo riferimento. Quando tu mi parli di Majerchol’d, Grotowski, quello che io so, come mia scelta personale, è che io sono una donna e mi sono sempre chiesta perché le donne sono assenti dalla storia del teatro. E mi sono presa l’impegno di cercare di dare spazio alle donne, all’interno di queste tradizioni di storia teatrale. E’ per questo che cerco di creare uno spazio dove le donne possano essere presenti. Questo vuol dire ritrovare un linguaggio molto più personale, legato alla mia personale esperienza nel teatro.

Anche lo spettatore fa un percorso insieme all’attore. Lei che rapporto ha con gli spettatori?
Ogni spettatore è diverso, per cui uno spettatore che viene allo spettacolo porta una propria storia, una propria esperienza, un proprio momento di vita. Questo determina come reagisci e cosa recepisci di quello che io faccio durante lo spettacolo. Molte volte non so qual è la conseguenza, però so che per alcune persone è fondamentale e per altri è indifferente. Quello che per me è importante, durante lo spettacolo, è dare l’opportunità di fare un’esperienza,  ma quello che viene fuori da quell’esperienza, dipenderà da ogni singolo spettatore.

Quanto lavoro c’è dietro a quella che a noi sembra un’improvvisazione?
Sono tanti anni che lo faccio, dal ’76. All’inizio tutto il tempo dedicato al training è importante ma poi il training, anche a seguito dei nostri cambiamenti durante gli anni, diventa un’altra cosa. Ormai io lavoro quasi sempre, perché uno può lavorare anche viaggiando, in macchina, in aereo; e non c’è solo il training: ci sono le letture, le conferenze, scrivere, creare spettacoli. E’ il modo di lavorare cambia.

Quando ha iniziato a recitare, dove immaginava sarebbe arrivata?
Io ho iniziato per caso, perché mi ero stancata del liceo: ho cominciato a lavorare e a studiare di sera. Ho incontrato un ragazzo che mi disse che lavorava in un teatro; sono andata a vedere una prova. Poi sono tornata un’altra volta e loro mi hanno fatto provare insieme a loro. Per cui io non ho detto voglio fare teatro, è il teatro che ha preso me. Quando sono andata in Danimarca, pensavo che avrei studiato recitazione e poi sarei tornata in Italia; quando sono arrivata, mi sono accorta che non sapevo niente e che non potevo tornare indietro. Potevo solo rimanere ad imparare. E sono ancora lì.

Hypatia di Alessandria

EXIT– EMERGENZE PER IDENTITA’ TEATRALI andrà in scena presso il Teatro Vascello di Roma dal 20 al 31 maggio

Parteciperanno le compagnie Abraxa Teatro, Bellavista-Conti, Bricolage Dance Movement, CRTScenamadre, La platea, Scripta Volant, Teatraltro, Nicola Vicidomini e Walden.

 

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